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Politiche sociali

Sussidiarietà e lavoro sostenibile

Sussidiarietà e lavoro sostenibile

La sussidiarietà, secondo l'autore, può essere intesa come un principio che favorisce la collaborazione tra diversi attori sociali, pubblici e privati, per la realizzazione di obiettivi comuni.

Sussidiarietà e lavoro sostenibile 


 Tiziano Treu


Introduzione 

1) La crisi e le trasformazioni del lavoro 


Il rapporto della Fondazione per la sussidiarietà 2020-2021 è dedicato all’impatto della crisi pandemica da COVID 19 sul mercato del lavoro nel contesto europeo e italiano. Questa scelta è molto opportuna perché contribuisce ad arricchire con una ricerca multidisciplinare le nostre conoscenze su uno degli aspetti più gravi della crisi pandemica sul piano economico e sociale, e anche umano.

Nonostante i tanti studi sul tema, il rapporto fra questa crisi e le trasformazioni del lavoro presenta ancora più interrogativi che certezze. Tanto più che l’attenzione che vi si dedica nel dibattito pubblico e nelle stesso PNRR è lungi dall’essere sufficiente 

Molti degli argomenti affrontati nel rapporto sono critici e vanno considerati anche in chiave comparata e alla luce delle direttive europee. Questo approccio è necessario per fare chiarezza sulla posta in gioco e per fornire indicazioni argomentate, come quelle che emergono dal rapporto, alle scelte che dovremo fare nel prossimo futuro.

La grande incertezza sul nostro futuro richiede non solo una rigorosa capacità analitica (che è presente nel testo) ma anche una verifica dei dati e delle ipotesi con gli interlocutori  sociali coinvolti nelle grandi trasformazioni sociali ed economiche che si prospettano nel dopo pandemia. Questo tanto più perché il rapporto vuole offrire un contributo che parte dalle conoscenze acquisite per dare indicazioni per le politiche del lavoro.


2) Il PNRR per sorreggere  la fragilità  del mercato del lavoro italiano


Sappiamo che la emergenza COVID ha accelerato i grandi processi di trasformazione in atto nel mondo del lavoro e della produzione: a cominciare dalla digitalizzazione che ha alterato in profondità le modalità di svolgimento di due aspetti centrali della nostra vita, il lavoro e la scuola.

L’impatto della crisi sulla occupazione è stato particolarmente grave, senza precedenti anche rispetto alla crisi del 2008: quasi un milione di posti di lavoro distrutti in un anno, nonostante il ricorso massiccio agli ammortizzatori della CIG e il blocco dei licenziamenti, sono una perdita economica e umana gravissima che colpisce un mercato del lavoro già debole come quello italiano.

Le perdite si sono concentrate ancora una volta sui soggetti e sulle aree più deboli: giovani, donne  e  Mezzogiorno, aggravando ulteriormente la povertà, peggiorando le condizioni dei lavoratori precari e per la prima volta mostrando la fragilità di tante parti del lavoro autonomo.

Questa condizione di fragilità e le distorsioni del nostro mercato del lavoro non sono contingenti, ma hanno radici strutturali perché riflettono la debolezza di una economia che è essa stessa squilibrata e stagnante da anni. 

Per rimediare a una situazione così grave non bastano rimedi parziali.

Non basta riformare gli ammortizzatori sociali, come pure è necessario per garantire una rete adeguata di sicurezza a tutti i lavoratori qualunque sia il loro status contrattuale.

Occorre un cambio di rotta che affronti le radici della nostra debolezza occupazionale con interventi strutturali che diano effettiva centralità al lavoro e alla sua qualità. Servono misure innovative e organiche di politica economica capaci di aumentare la produttività del nostro sistema, in primis quella del lavoro, per migliorarne la qualità e per aumentare il tasso di occupazione così da allargare la partecipazione, ora troppo scarsa, dei lavoratori allo sforzo comune di ripresa del nostro paese. 

Questo è il compito in cui tutti dobbiamo essere coinvolti, perché solo con un impegno corale dei cittadini e dei lavoratori, come ricorda il presidente Mattarella, possiamo sostenere lo sforzo immane richiesto per vincere la sfida di imprimere una nuova direzione allo sviluppo del nostro paese.

Per questo le parti sociali e il Cnel hanno sollecitato il governo a coinvolgere direttamente i cittadini e le organizzazioni della società in questo sforzo comune,  prevedendo strumenti definiti ai vari livelli per una loro partecipazione al monitoraggio e alla valutazione di tutte le fasi implementative del PNRR, come richiede lo stesso regolamento della Commissione europea.

Questa partecipazione dei cittadini e dei lavoratori va finalizzata non solo alla verifica degli stati di avanzamento dei progetti del PNNR, ma anche alla loro coerenza con gli obiettivi di sviluppo sostenibile segnalati dalla Europa, per stimolare l’impegno di tutti al loro raggiungimento.

L’ approvazione del PNRR è solo un primo passo per impostare una nuova politica di sviluppo, perché nessuno degli ambiziosi progetti ora approvati dalla Commissione procede in modo automatico verso gli obiettivi indicati, ma richiede verifiche e azioni coerenti di tutti gli attori coinvolti, istituzioni, forze sociali e singole persone.

Convinto di questo, il CNEL ha ritenuto di impegnarsi con tutte le organizzazioni rappresentate al suo interno a seguire l’implementazione del Piano con un monitoraggio continuo. 

Inoltre ha deciso di impostare tale monitoraggio non alla stregua dei soli parametri quantitativi legati al PIL ma secondo gli indicatori BES, da tempo elaborati in collaborazione con Istat e ora dei Sustainable development Goals (SDG) adottati dall’ Europa: una indicazione che è presente anche nel rapporto qui presentato.

In tale analisi andranno dunque incluse, per verificarne la evoluzione, le principali variabili del mercato del lavoro, relative non solo alla quantità ma alla qualità della occupazione. E si dovranno considerate, come raccomanda la Commissione europea, le ricadute dei vari progetti su queste variabili.


3) Alzare il tasso di occupazione


Se si considera che l’Action Plan Europeo relativo alla attuazione del Pillar of social rights stabilisce come benchmark al 2030 per gli stati membri il raggiungimento di un tasso di occupazione del 78%, si può valutare la grande portata dell’impegno occupazionale richiesto, in particolare al nostro paese che da tale benchmark è lontanissimo (da anni è bloccato sotto il 60%). 

Le prospettive future della occupazione sono incerte in tutto il mondo e molti osservatori internazionali ipotizzano un futuro in cui le nuove tecnologie digitali distruggeranno più posti di lavoro di quanto la nuova economia potrà creare.

Ma se non vogliamo accettare conclusioni deterministiche, gli esiti occupazionali, come gli altri risultati economici, dipenderanno dalle scelte sulle direzioni dello sviluppo e dall’uso delle tecnologie.

Per questo è essenziale che nell’attuazione del piano si abbia una attenzione particolare a come combinare efficacemente i risultati produttivi da perseguire e la loro efficienza con le ricadute in termini di quantità e qualità della occupazione.

Una indicazione specifica in questa direzione viene dalla clausola c.d. di condizionalità che richiede alle imprese impegnate in lavori finanziati con le risorse europee di garantire una percentuale di occupazione per giovani e donne. 

La disposizione ha un obiettivo condivisibile ma andrebbe costruita meglio per renderla più efficace e agibile. Il Cnel ha proposto di distinguere la quota di assunzioni per i giovani da quella per le donne per evitare possibili squilibri fra i due gruppi, che oltretutto hanno caratteri ed esigenze diverse.

Inoltre la quota fissa del 30% è troppo rigida e può essere di difficile applicazione da parte delle imprese. Meglio sarebbe richiedere un incremento (di dimensioni contenute) della quantità di occupazione di giovani e di donne rispetto a quella presente nella singola azienda, magari specifico per qualifiche (i dati distinti per qualifica devono essere resi noti dalle aziende). E si potrebbe prevedere un premio all’azienda se assume giovani o  donne oltre questa quota minima di incremento.

In ogni caso l’attenzione del piano non può ridursi a una norma specifica. Si tratta invece di valorizzarne tutti gli obiettivi e le risorse per migliorare le performance qualitative e quantitative della occupazione. Le previsioni del PNRR che ipotizzano a fine 2026 una crescita della occupazione del 3,6% sono deludenti, minori di quelle prospettate in altri paesi, e del tutto insufficienti a raggiungere gli obiettivi dell’Action plan europeo. 



4) Le opportunità del PNRR della economia verde: il ruolo  della economia sociale 


Eppure le possibilità di creare buona occupazione sono molteplici in varie linee di sviluppo previste dal PNRR, come rileva anche il rapporto della fondazione della sussidiarietà: nei nuovi lavori richiesti dalle produzioni della economia green, nelle diverse attività rivolte alla cura delle persone e al welfare che rispondono a bisogni crescenti della popolazione, dai bambini agli anziani evidenziati dalla pandemia, nel campo altrettanto esteso delle attività di rigenerazione urbana e di difesa del territorio, della agricoltura e del turismo sostenibile, della valorizzazione dei beni culturali e ambientali. 

In queste attività un ruolo particolare può essere giocato dalla economia sociale, il cui sviluppo è un obiettivo indicato anche da un apposito piano di azione europeo.

Il presente rapporto segnala il contributo concreto che le imprese sociali e le cooperative dei lavoratori hanno dato e possono continuare a dare alla occupazione nei settori e nelle aree indicate. È significativo che le crisi recenti, fino alla pandemia del 2020 non hanno interrotto lo sviluppo in Italia della economia sociale, che anzi è stato maggiore della debolissima crescita della nostra economia. 

Le diverse realtà del terzo settore sono state chiamate a intervenire specie nelle aree in cui i bisogni sociali di assistenza sono stati più acuti, spesso a integrazione e in supplenza al welfare pubblico.

Non si deve dimenticare però che per rendere utili queste attività occorre investire nella innovazione delle loro strutture e nella qualificazione delle persone da impiegarvi cosi da metterle in grado di svolgere i nuovi compiti cui sono chiamate.

In realtà le trasformazioni in atto nella economia digitale sono una sfida non solo per il mondo del lavoro, ma anche per tutte le imprese. Come si rileva nel rapporto, e in molte analisi internazionali, tali trasformazioni richiedono un ripensamento della idea stessa dell’impresa, delle sue strutture interne e delle relazioni con gli stakeholders esterni. 

Non solo va superata l’impresa gerarchica del passato per renderla più flessibile e organizzata secondo schemi a rete, ma occorrerà potenziare la partecipazione dei lavoratori come parte integrante della comunità aziendale. La responsabilità sociale deve diventare non un aspetto marginale ma un tratto centrale del comportamento delle aziende, coerente con una concezione dell’impresa come bene comune (come commons).





5)   La centralità della formazione  per le nuove competenze e per il lavoro sostenibile


Il rapporto dedica ampio spazio alle politiche formative nei loro diversi aspetti, ritenendole centrali per le prospettive e lo sviluppo del lavoro. 

In effetti la qualificazione delle persone è un punto critico da tutti segnalato per ogni intervento del PNRR e in realtà per il nostro futuro economico e umano.

Se le prospettive quantitative della occupazione sono incerte, è certo che il lavoro del futuro richiederà più conoscenze e più competenze di quelle richieste in passato. Le nuove tecnologie specie digitali stanno trasformando in profondità sia le forme del lavoro sia gli skill necessari alle persone che lavorano. Tutte le ricerche mostrano che queste tecnologie penalizzano in particolare i lavori di routine, mentre valorizzano il lavoro ad alta intensità di conoscenza e di capacità relazionale. 

Nel contempo, come osserva il rapporto, il cambiamento coinvolge pur con varianti tutte le professioni, in modo più accentuato le professioni high skill, ma anche figure professionali più tradizionali.

Per aumentare le opportunità di buona occupazione, specie a favore delle future generazioni e per contrastare i rischi di ulteriori diseguaglianze, è quindi urgente che i vari settori del PNRR siano accompagnati da adeguati investimenti in educazione e qualificazione delle persone. 

Per questo il rapporto ritiene che l’adeguamento delle competenze debba essere messo al centro delle politiche attive del lavoro attraverso il concorso sia dei programmi di educazione formale sia di quelli di formazione aziendale. Non si tratta solo di aumentare le risorse pubbliche e private per la formazione, che pure è necessario, ma anche qui di ripensare molti degli elementi della formazione ricevuta dal passato per adeguarli alle novità della economia digitale e alle nuove direzioni dello sviluppo e del lavoro.

Alcuni di questi punti sono menzionati anche nel rapporto. In particolare sono da riformulare i programmi nazionali di apprendimento per l’intero arco della vita. Vanno adeguate e rafforzate molte delle strumentazione didattiche e organizzative, correlando gli interventi formativi a una previsione aggiornata dei relativi fabbisogni delle imprese e della società (per contrastare i gravi fenomeni in atto di mismatch). 

Devono essere migliorate le capacità didattiche e funzionali sia dei vari enti formativi, ora troppo numerosi e spesso poco attrezzati, sia delle aziende, che devono aprirsi alle esigenze di formazione dei dipendenti. È da prevedere un sistema di certificazione unitario e affidabile, da tempo atteso, tale da rendere riconoscibili e spendibili sui mercati le competenze acquisite dalle persone.

Infine, e ancora più importante, occorre ripensare i contenuti e i metodi formativi per adeguarli alle sfide del futuro.

Le migliori pratiche internazionali confermano che tali metodi devono combinare in modo nuovo la formazione di competenze tecniche e specialistiche con l’arricchimento delle conoscenze di base e lo sviluppo di capacità personali (skill sociali e interpersonali, critical thinking, ecc.). 

Queste sono capacità che le macchine intelligenti non possono replicare (per ora) e che continueranno a essere richieste anche in ambienti ad alta intensità tecnologica.

La dimensione dell’impegno per la formazione continua dei lavoratori è segnalata dall’Action plan attuativo dell’ European Pillar of social rights. L’obiettivo da raggiungere al 2030 è che il 60% dei lavoratori devono essere coinvolti ogni anno in attività formative adeguate (ora la media europea è attorno al 35% e quella italiana supera appena il 10%) e che l’80% degli adulti dovrà possedere almeno competenze digitali di base.

Obiettivi formativi di questa portata richiedono non solo più risorse pubbliche specificamente destinate, ma un coinvolgimento finanziario e organizzativo delle aziende dove si dovrà svolgere una parte centrale della formazione professionale continua.

La diffusione delle azioni formative nelle aziende delle dimensioni previste potrà richiedere non solo agevolazioni fiscali mirate, ma anche adeguamenti e flessibilità degli orari di lavoro tali da agevolare una effettiva partecipazione dei lavoratori.

Un obiettivo fondamentale da condividere e da promuovere nel paese fin dall’avvio del PNRR riguarda dunque la necessità di dare una effettiva centralità alla formazione come leva strategica nelle politiche economiche e del lavoro: questo perché siamo convinti che la crescita delle competenze e delle capacità delle persone è una condizione essenziale anche per migliorare la qualità della occupazione e per sostenere il nuovo modello di sviluppo indicato dal NGEU.


6) Qualificare il sistema  produttivo:  la responsabilità  delle imprese


Non dimentichiamo però che il potenziamento e il rinnovamento del sistema formativo devono trovare riscontro in un parallelo rinnovamento del nostro sistema produttivo, della qualità e delle strategie delle imprese. Anche le imprese, a cominciare da quelle piccole, devono fare un salto di qualità se vogliono cogliere le opportunità offerte dalla economia green e digitale. Devono alzare la loro capacità di innovazione per adeguarsi alle trasformazioni richieste da questi nuovi target, devono investire di più per migliorare la qualità delle loro produzioni e dei loro prodotti. 

Non si tratta solo di introdurre innovazioni tecniche o finanziarie, ma di cambiare orientamento strategico e financo di impostazione culturale. 

Il modo di valorizzare il lavoro, o come si dice la gestione delle risorse umane, dovrà essere un test centrale per verificare la capacità delle imprese di affrontare le nuove sfide. 

Gli stessi esperti aziendali di relazioni del lavoro osservano che le imprese dovranno occuparsi di più che nel passato della formazione, delle motivazione e del benessere dei loro dipendenti, se vorranno rispondere alle aspettative delle nuove generazioni di lavoratori, che sono più istruiti e più consapevoli dei loro genitori.

La responsabilità sociale delle imprese, se non vorrà essere una formula vuota, dovrà esprimersi nei confronti di tutti gli stakeholders, ma non potrà non riguardare anzitutto i lavoratori, prevedendo strumenti partecipativi nuovi in grado di coinvolgerli di più nella vita aziendale e di valorizzare le loro capacità e le loro intelligenze.

Elementi importanti della responsabilità aziendale consisteranno da una parte nel dedicare più attenzione alla formazione dei lavoratori e al loro welfare, e dall’altra nell’apprezzare adeguatamente le loro competenze e capacità, per non alimentare un circolo vizioso fra scarsi investimenti in formazione, bassi salari e bassa produttività.

Come si vede porre il lavoro al centro degli obiettivi della nostra ripresa richiede un approccio strategico comprensivo che fa un tutt’uno con le strategie del paese. 

Questo obiettivo deve ispirare tutte le principali misure economiche e sociali del futuro: dagli orientamenti macroeconomici per orientarli alla promozione di una occupazione di qualità, alla educazione e formazione nel corso della vita, alle politiche attive sul mercato del lavoro per sostenere i lavoratori nelle transizioni fra diversi lavori conseguenti alle trasformazioni produttive, fino a nuovi modi di gestione dei rapporti di lavoro nelle imprese ispirati alla partecipazione.









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