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Politiche sociali e welfare

Lavori verdi

lavori di cura

Una questione che il PD, come tutta l’area riformista, deve affrontare prioritariamente riguarda le politiche per promuovere la occupazione, che ora è inaccettabilmente carente per quantità e per qualità.

Schema politiche del lavoro



1-2) Lavori verdi e lavori di cura

Una questione che il PD, come tutta l’area riformista, deve affrontare prioritariamente riguarda le politiche per promuovere la occupazione, che ora è inaccettabilmente carente per quantità e per qualità.

Va ribadito in primis che il ruolo del pubblico e delle politiche pubbliche si conferma qui più che mai essenziale.

Il PNRR è una occasione da non perdere per fare interventi strutturali in grado di alzare il tasso di occupazione verso gli obiettivi europei dell’ action Plan (78%)

Ma per raggiungere tali obiettivi occorre non solo attuare bene tutti gli interventi del Piano, ma curare specificamente le sue ricadute occupazionali, valorizzando in particolare le aree

che hanno maggiori potenzialità di sviluppo

Le esperienze di altri paesi e anche le stime del Cnel confermano le potenzialità di crescita anzitutto in tre grandi aree: i lavori della economia verde, le attività di cura e assistenza delle persone, quelle di manutenzione e riqualificazione dei territori.

Occorre un impegno straordinario non solo per indirizzare coerentemente in queste direzioni le risorse pubbliche, del PNRR in primis, ma anche per dotare tali settori di infrastrutture e organizzazioni attrezzate per valorizzare i nuovi compiti.

Non bastano infrastrutture fisiche e digitali. E’ necessario investire nelle infrastrutture sociali presenti in tali settori e nelle persone qualificate che vi devono operare.

Qui c’è da recuperare un grande ritardo nella quantità e qualità della occupazione, contrastando le condizioni di precarietà, di scarsa professionalità e di irregolarità diffuse in molti di questi lavori: dal lavoro domestico, a quello di assistenza nelle case e nelle strutture private, alla occupazione in molti lavori di servizio e di manutenzione.

Per contrastare le varie forme di precarietà sono poco utili i vari tipi di incentivi alla stabilizzazione, specie se temporanei.

Occorre ricercare nuove forme di regolazione, con un diverso mix di incentivi e di limiti, sia legali sia affidati alla contrattazione.

Di questo occorre discutere senza preconcetti anche riferendosi a esperienze straniere come la recente legislazione spagnola, verificandone le applicazioni su basi oggettive anche con interventi sperimentali.


Un altro tema su cui chiarirci riguarda la riduzione dell’orario di lavoro. Vanno sostenute e promosse esperienze aziendali di riduzione a parità di salario, da negoziare fra azienda e sindacati. Sono utili per migliorare la qualità della vita e del lavoro, senza perdita di produttività. Possono servire anche per mantenere la occupazione. Ma non è ipotizzabile che questa sia la strada principale per la difesa e l’ aumento di occupazione, dato che tali riduzioni non sono per ora realisticamente generalizzabili, nè imponibili per legge.

Va ribadito che le misure più efficaci per ottenere risultati occupazionali effettivi sono quelle che attuano nuove politiche economiche e condizioni di contesto favorevoli a uno sviluppo più durevole e sostenibile di quello fin qui perseguito.


3) Formazione di base e continua. Gestione partecipata dalle parti sociali.

In ogni caso è certo che le competenze richieste per i lavori del futuro nelle due transizioni digitale ed ecologico saranno radicalmente diverse da quelli prevalenti nella industria e nei servizi del passato.

Queste transizioni comporteranno sia trasferimenti massicci di risorse materiali e di persone fra settori e fra imprese, sia cambiamenti radicali nelle conoscenze necessarie al lavoro del futuro. .

Per fronteggiare tali sfide si richiederà una capacità di gestire le persone nei mercati transizionali di dimensioni senza precedenti, per cui le strutture attuali sono del tutto inadatte, come spiega bene Lucia Valente.

La formazione continua dovrà essere parte integrante delle politiche attive del lavoro e quindi dovrà essere programmata dagli attori interessati, lavoratori sindacati e aziende, in funzione degli effettivi fabbisogni occupazionali;  non calata dall’alto o confezionata in modo standard. Inoltre i  risultati dovranno essere certificati e per questo occorre provocare le parti sociali ad assumere un ruolo diretto nella progettazione e nella gestione di queste politiche, come è in altri paesi europei e come è stato anche da noi agli inizi della esperienza sindacale del secolo scorso.

Le iniziative delle parti sociali e dei loro enti bilaterali si dovranno avvalere inoltre della partecipazione delle comunità locali, che sono i beneficiari diretti del miglioramento della occupazione e della sua qualità.

Una esigenza generale sollecitata dalle transizioni in atto è di perseguire un miglior equilibrio di investimenti e di spesa fra politiche passive e attive del lavoro con una più stretta integrazione fra di loro e con le politiche industriali  che sono necessarie per far fronte a uno sviluppo sostenibile e integrato con le strategie Europee e per fornire credibili alternative occupazionali. 

Inoltre per dare un nuovo orientamento alle politiche di riqualificazione del lavoro e delle imprese nelle transizioni occorrerà anche e soprattutto una vera e propria rivoluzione nei sistemi formativi a tutti i livelli, dalle educazione di base a quella continua.

L’obiettivo primario indicato dalla Unione Europea è di fornire una educazione digitale di base alla maggioranza (80%) degli adulti, essenziale per non subire un digital divide che aggraverebbe ulteriormente le diseguaglianze e le condizioni di esclusione delle persone più deboli.

Non basta aumentare le risorse; è necessario adeguare le strutture della formazione, a cominciare dalla loro organizzazione spesso ancora ispirata a modelli fordisti, nonché le modalità dell’apprendimento, la preparazione e la cultura stessa dei docenti.

Gli interventi sono particolarmente urgenti per la formazione professionale continua, le cui strutture sono frammentate in forme diverse e molto diseguali sul territorio, anche per la carenza di politiche regionali efficaci e omogenee.

Le carenze e lo scoordinamento delle regioni sono un ostacolo grave ad attuare politiche del lavoro efficaci specie nei territori che ne avrebbero più bisogno. Scontata la impossibilità di cambiare le attuali competenze regionali, tutti gli attori sociali responsabili, compreso il PD, dovrebbero spingere per un vero patto nazionale per la occupazione e il lavoro, su cui impegnare anche le regioni (pena un ennesimo fallimento).


4) Universalismo (selettivo) delle tutele

La diversificazione dei lavori ha posto una sfida senza precedenti al diritto del lavoro che ha incentrato tradizionalmente tutte le tutele nelle prestazioni di lavoro subordinato.

Le reazioni del nostro diritto sono state diverse.

La giurisprudenza ha cercato di allargare il concetto di subordinazione per ricomprendere nelle tutele casi diversi di lavori, spesso provvisti di caratteri misti di subordinazione e di autonomia. .

Così pure il legislatore ha esteso molte protezioni a fattispecie diverse, dalle collaborazioni para subordinate e a progetto, al lavoro eterorganizzato (legge 81/2015), ai riders.

Questa estensione delle tutele è avvenuta al di fuori di un disegno e di criteri unificanti; ha quindi lasciato scoperte molte situazioni lavorative emergenti dalla realtà della nuova economia, fino a molti casi di lavoro autonomo che si sono rivelati bisognosi di protezione specie di fronte alla ultime crisi, economica e pandemica


È ora di ripensare l’intero sistema delle tutele secondo le indicazioni dell’ art. 35 Cost secondo cui la repubblica deve “tutelare il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni“, a prescindere quindi dalle forme contrattuali adottate; in ciò occorre riprendere e aggiornare  le idee avanzate da varie parti di un nuovo statuto dei diritti di tutti i lavoratori.

Indicazioni in questo senso vengono anche dalla Unione Europea che in diversi provvedimenti e nelle decisioni della corte di giustizia ha promosso forme di estensione e di modulazione delle tutele secondo i principi del Social Pillar, oltre i confini tipici della subordinazione verso i diversi lavori atipici e verso lo stesso lavoro autonomo.

Serve una nuova regolazione che garantisca a tutti i lavoratori una base comune di diritti fondamentali, individuali e collettivi, compresi i minimi salariali, e inoltre che preveda diritti ulteriori graduati in proporzione alle esigenze e bisogni dei diversi tipi di prestazione.

Questa regolazione unificante servirebbe a rafforzare le posizioni giuridiche specie dei lavoratori precari e a correggere le tendenze verso i dualismi e le segmentazioni del mercato del lavoro.

Può anche contribuire a una ricomposizione in unità del lavoro e dei vari aspetti in cui esso si frammenta nell’attuale società, segnalandone anche sul piano giuridico il valore per lo sviluppo della persona.


Su salario minimo, rappresentatività delle parti e sostegno alla contrattazione collettiva rinvio al testo di Lucia Valente.


Merita attenzione la proposta Cisl sulla partecipazione dei lavoratori nella impresa, perché ha un approccio nuovo a un tema che attende da troppo tempo di essere considerato e che ora presenta nuova attualità e anche interessanti esperienze aziendali (allego mio articolo).





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