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Diritto del lavoro e globalizzazione

Trade Agreement guidelines

Italian Cultural Institute in New York

L’incontro odierno, riveste una grande importanza per i suoi partecipanti e ancor più perché vuole avviare una riflessione/ricerca sugli effetti economico-sociali del libero scambio fra Europa e Stati Uniti d'America

1. L’incontro odierno,  cui purtroppo non posso presenziare per motivi di salute,  riveste  una grande importanza  per i suoi partecipanti e ancor più perché vuole avviare una riflessione/ricerca sugli effetti economico-sociali del libero scambio fra Europa e Stati Uniti  d’America.

E’importante  che l’accordo TTIP non si occupi  solo degli strumenti  necessari  per facilitare gli scambi  commerciali fra i due continenti ma congiunga gli aspetti economici del commercio  con quelli sociali. Allargare in tal senso l’agenda  dell’accordo riflette la realtà  dei rapporti fra  paesi  nel contesto  della competizione  globale,  che è più complessa e più ricca  della sola liberalizzazione  del commercio. Sono convinto, come credo tutti i partecipanti  all’incontro,  che considerare anche i contenuti  sociali dei rapporti  transatlantici,  per arricchirli e migliorarli, non solo sia utile  per permettere  a tutte le persone  che lavorano  nei due continenti di godere di condizioni di lavoro  dignitoso (decent) ma serva anche a promuovere uno sviluppo  economico sostenibile, equilibrato e durevole.

I temi da affrontare  sono molteplici  come indicano le linee di ricerca qui prospettate, e riguardano  anzitutto le politiche e i settori produttivi coinvolti  nel TTIP. 

La collaborazione e gli scambi  di esperienze e di investimenti fra i due continenti  possono dare un grande contributo  al superamento  delle difficoltà economiche  e occupazionali  indotte  dalla crisi globale,  e quindi alla ripresa della crescita.

Qui si propongono per i partner transatlantici  scelte  importanti relative alla messa in  opera  di  politiche  di crescita  che non siano jobless, come si teme da molti, ma  che contribuiscano a rilanciare  l’occupazione  nei due continenti,  soprattutto per i gruppi più esposti  agli effetti negativi  della crisi, a cominciare  dai giovani.

La presentazione della nostra  ricerca  sottolinea opportunamente l’importanza  di alcuni strumenti  per la promozione  dell’occupabilità  transatlantica, in primis  gli investimenti  pubblici e privati nel capitale umano nelle varie forme:  dalla educazione  di base a quella  professionale continua, a quella finalizzata alla ricollocazione. Va sottolineata l’ urgenza  di rafforzare  in particolare, oltre alla educazione di base, gli strumenti  di alternanza scuola /lavoro  che si  sono rivelati  decisivi, specie in alcuni paesi europei, per favorire  l’accesso dei giovani al lavoro.

Un’area di ricerca relativamente  nuova  riguarda la promozione  della mobilità  geografica dei lavoratori,  che nel mondo globale  costituisce una strada  maestra per l’arricchimento  delle opportunità di impiego e insieme uno strumento  di miglioramento  e ottimizzazione  del funzionamento  del mercato del lavoro. Le iniziative  avviate in Europa, anche con il sostegno  della Commissione Europea, potrebbero  giovarsi  delle esperienze  proprie  degli Stati Uniti. 

Al riguardo  vanno analizzate  le forme giuridiche  e organizzative  per favorire tale mobilità, approfondendo le aree indicate nella traccia di ricerca: come facilitare i distacchi  dei lavoratori  fra imprese operanti  nei due continenti sulla base dei principi  della direttiva europea in proposito;  come rimuovere  gli ostacoli  derivanti  dalla non  connessione  fra i sistemi di sicurezza sociale, prevedendo in particolare forme di totalizzazione dei contributi; quali regimi speciali di cittadinanza istituire ai fini dell’ingresso nei paesi transatlantici; come attuare scambi di informazioni sistematiche  e di banche dati comuni, (una sorta di Eures transatlantico).

Le aree della regolazione dei rapporti di lavoro  e delle relazioni industriali richiederanno un’attenzione particolare, per la loro “sensibilità” sociale e per la necessità  di evitare approcci ideologici e unilaterali. 


2. La complessità  e il livello di sviluppo  degli ordinamenti del lavoro  dei due continenti richiedono  un approccio diverso  e più articolato  di quello che ha  ispirato la elaborazione delle clausole sociali  in molti degli accordi  commerciali  fra paesi a diverso grado di sviluppo.

 L’impegno  a evitare forme  di concorrenza  al ribasso  e di social dumping  deve essere  condiviso  anche fra i due partner  transatlantici. Ma esso ha implicazioni  che vanno oltre il rispetto dei quattro “core labor standards” dell’ILO. L’impostazione sociale  del TTIP deve perseguire  obiettivi  più ambiziosi, orientati alla diffusione  in tutti i paesi  interessati  degli orientamenti insiti nel concetto  di decent work e sanciti anche dalla carta  costituzionale europea: “fondamental principles and right at work, International  labor standards, employment and  income opportunities;  protection and social  security; social dialogue and tripartism”.

L’approccio non può essere rigidamente  prescrittivo  in vista  di una armonizzazione  degli standard, nè  tantomeno  sanzionatorio  per la violazione degli standard  predefiniti.

Deve avere carattere promozionale rispetto a obiettivi concordemente individuati, con la definizione di tempi  e di percorsi  per l’avvicinamento  agli obiettivi  che possono essere  diversi  per i  vari paesi.

Si tratta di un metodo già sperimentato  in ambiti sociali che mal si prestano  a armonizzazioni  forzate. Alcuni  esempi europei,  da considerare  e adattare  al diverso  contesto  dei rapporti  transatlantici, sono le varie forme  di coordinamento aperto, e di scambio di buone pratiche  atte a  promuovere processi  di mutual learning, sulla base di  guidelines condivise, adattate  alle variabili  condizioni  dei contesti. Tali processi  devono vedere  il coinvolgimento  di tutti gli attori sociali  e istituzionali rilevanti  e  possono essere sostenuti  dai paesi membri  della partnership,  con iniziative sistematiche  di informazione e di  formazione degli stessi attori  pubblici e privati.

 La attivazione di questi processi  non può che essere  graduale,  sulla base di  una ricognizione  comparata  dello stato della regolazione e delle politiche  del lavoro nei vari paesi. Tale  ricognizione  permetterà di individuare  le aree dove le buone pratiche  sono già diffuse e possono più facilmente  scambiarsi e quelle dove invece sono presenti   distonie  e pratiche  più lontane dagli obiettivi  di decent work.

 Una simile analisi  comparata  può essere l’occasione non solo  per il progresso comune  ma anche per  un ripensamento  delle regole e delle politiche  del lavoro all’interno della comunità,  e anzi  siano soggetti  a spinte  divaricanti e indotte dalla crisi. Differenze consistenti si riscontrano  anche fra  vari ordinamenti  statali e aree degli Sati Uniti e possono  essere rimesse  in discussione  da un confronto con le pratiche europee.

Il processo di mutual learning  che dovrebbe essere  promosso  dall’Agenda sociale del TTIP, va istruito con attenzione e fatto procedere tenendo  conto dei diversi  contenuti del diritto del lavoro  e delle relazioni industriali, nonché dello stato  di evoluzione delle regole  e prassi, secondo la regola che è utile  procedere  sulla base degli “existing social committments”.

Mi limito a segnalare  alcune grandi aree  da sottoporre ad analisi  e a valutazione  in vista dell’obiettivo di promuovere  un miglioramento  delle pratiche  prevalenti nei due continenti. 


3. Le Relazioni Industriali sono un’area particolarmente critica che presenta marcate differenze nella regolazione  e nelle prassi dei vari paesi. Tanto è vero  che  anche l’ordinamento  europeo  ha evitato di intervenire  nella armonizzazione legale dei vari sistemi, lasciando  largo spazio  all’autonomia  collettiva e ai legislatori nazionali. In questa materia  l’ordinamento interno  degli Stati Uniti presenta  significative  criticità  e distanze  dagli standard europei; con particolare  riguardo  alla protezione  del diritto  di sciopero, alle garanzie  dell’ organizzazione sindacale  all’interno delle imprese e allo svolgimento  della contrattazione  collettiva. Qui il confronto fra ordinamenti al fine di promuovere  regole e prassi  in linea con gli orientamenti  del decent work non potrà che basarsi su  una intensa opera  di coinvolgimento  e di partecipazione delle parti sociali, (sindacati dei lavoratori e organizzazioni datoriali), con la attiva presenza  delle istituzioni. Si tratta di  attivare sul piano  internazionale  quel metodo di dialogo sociale  tripartito praticato  in molti paesi europei e auspicato dall’ILO  come strumento fondamentale  per la regolazione dei rapporti  individuali e collettivi di lavoro.

Le forme e le sedi  di questo dialogo sociale transatlantico  andranno sperimentate  nel tempo; ma  lo sviluppo del dialogo  potrà ricevere un contributo rilevante  dalla diffusione  dei diritti  di informazione e di consultazione dei sindacati  riconosciuti in vari paesi.

Su tale base  potranno moltiplicarsi anche gli  esempi  di accordi  collettivi  transnazionali,  già positivamente conclusi  in vari settori, anche per impulso delle  aziende multinazionali.

Un sostegno a tali accordi potrebbe  venire dal  riconoscimento  di forme rappresentative  dei lavoratori  nelle imprese  quali  i consigli di azienda,  presenti sia  in vari ordinamenti nazionali, in particolare dei paesi del centro-nord Europa, sia nell’ordinamento europeo, dove operano con successo gli EWC, per esplicito  riconoscimento  di una direttiva  dell’Unione.

 

4. Anche nel diritto del lavoro esistono situazioni differenziate  nei due continenti  per un miglioramento  delle regole e pratiche  esistenti. Non mancano  elementi comuni  in aree importanti, a cominciare dalla  sicurezza  del lavoro, da tempo regolata in maniera  dettagliata  in Europa come negli USA  sia per gli aspetti  prescrittivi  e ispettivi sia  per quelli di prevenzione. Analogamente sviluppate  nei vari paesi  sono le regole  che vietano le discriminazioni di ogni  tipo e perseguono  l’eguaglianza  di trattamento. Qui l’obiettivo  per entrambi i continenti è  di aumentare l’effettività  di tali regole, che restano spesso  disattese anche nei punti  più importanti,  come ad es. la parità retributiva  e di opportunità nei luoghi di lavoro. Inoltre tali regole vanno  approfondite  e adattate  a fronte  delle nuove forme  di discriminazione  che interessano  gruppi di lavoratori  e singoli, in particolare  al fine di garantire “equal benefits and protection” ai lavoratori migranti, che sono sempre più numerosi e spesso indifesi.

Più diseguali sono le regole riguardanti i licenziamenti individuali  e collettivi  e le procedure  per prevenire  e gestire  i processi  di crisi aziendale e riduzioni del personale. Qui dovrebbero essere oggetto  di confronto  le soluzioni da adottare in almeno due aree problematiche: l’applicazione  del principio di giusta causa per la giustificatezza  dei licenziamenti, che è prevista comunemente nei paesi europei, anche se con diverse  implicazioni  sul piano dei rimedi. Tale principio potrebbe essere considerato dalle imprese operanti nei due continenti, come obiettivo  da perseguire con strumenti diversi, non solo per legge, ma tramite procedure contrattuali, eventualmente accompagnate dalla giurisprudenza.

 I casi di crisi aziendali  e di  esuberi, regolati in Europa da  apposite direttive, potrebbero  anch’essi essere considerati dalle imprese  operanti  nei due  continenti con la previsione concordata  di procedure di informazione  e consultazione previa delle organizzazioni sindacali  e con sistemi di accompagnamento  e sostegno  ai lavoratori coinvolti (tutela del reddito,  outplacement,  piano sociale, ecc.).


5. Gli interventi di protezione dei lavoratori nelle crisi  sono particolarmente urgenti  nel momento attuale ma costituiscono  solo l’aspetto “passivo”  delle tutele. Per questo va ribadito che l’impegno nazionale e transatlantico  va rafforzato negli interventi  diretti  alla creazione di occupazione , con azioni  di politica economica nei settori  job rich, di aumento dell’occupabilità  delle persone, a cominciare dai giovani;  e più in generale  con regole e servizi all’impiego che promuovano il miglior funzionamento   del mercato del lavoro. I due aspetti di tutela  e di promozione  del lavoro  vanno fra loro coordinati  per migliorare  le performance  occupazionali, la qualità del lavoro e il benessere delle persone. Il concetto di flexicurity, adottato dall’Unione europea, è orientato in questa direzione, anche se ha avuto  applicazioni disciplinari, non tutte soddisfacenti, nei vari paesi. 


6. Infine un ‘area di confronto  di crescente rilievo  riguarda i principi  affermati  nella risoluzione  del 2001  dell’ILO relativa  alla sicurezza sociale nelle sue varie  forme,  che costituiscono  un punto  centrale  della decent work agenda.

I sistemi nazionali di sicurezza e protezione sociale  si sono  sviluppati  storicamente  su basi  diverse  legate  alle tradizioni  dei vari paesi  e all’assetto  della spesa pubblica.  I confronti fra i nostri paesi  e le possibili  modifiche  devono tener conto  di questi fattori  e della loro “resistenza”. Non a caso la decennale esperienza dell’Unione europea conferma le difficoltà di avanzamento e anche di coordinamento nelle materie del welfare.

 Le azioni  di intervento  in queste aree dovranno quindi essere più che mai graduali, sostenute  da un impegno  congiunto  delle istituzioni pubbliche e delle parti sociali. Sarà  utile avviarle sperimentalmente  in aree specifiche, cominciando  da quelle materie  ove le distanze  fra paesi sono minori e dove si è verificato qualche avvicinamento  per fronteggiare le emergenze della crisi.  Tra queste materie  una urgenza  particolare rivestono le tutele nei casi di inattività e di disoccupazione, da estendere progressivamente a tutti i lavoratori, compresi gli immigrati. 


7. La complessità  delle materie  qui accennate e la difficoltà degli obiettivi da perseguire  richiedono, come si diceva,  un approccio  non solo normativo,  ma di consensus  and institutional building.

Tale approccio  dovrebbe essere  costruito  in parallelo  con il procedere  delle trattative  per il  Trattato,  dedicandovi un impegno  politico  e sociale  all’altezza  del compito, non  minore di quello dedicato  agli aspetti  commerciali  e tariffari. E’ importante che i progressi  via via  ottenuti  sui singoli temi di confronto, vengano comunicati a tutti gli attori e alle  persone interessate così da  costruire  le basi  per successivi avanzamenti, e che  vengano  accompagnati da meccanismi istituzionali  partecipati dagli stessi attori per il   monitoraggio e il controllo  dell’andamento  effettivo delle singole politiche. 







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